Lasciarsi senza perdersi

I rimorsi e i rimpianti: cosa scegliere?
25 novembre 2014

Nasciamo soli e moriamo soli, mia cara

Una frase che mi disse qualche tempo fa una amica e collega a proposito di separazioni e che ogni tanto mi riecheggia in mente.

Tutti prima o poi ci confrontiamo con una perdita, quello che gli psicologi chiamano lutto. Una parola di origini latine che vuol dire “pianto“.
Il più comune dei casi per cui si impiega questo termine è la morte di una persona cara, ma in psicologia per lutto si può intendere qualsiasi separazione. La fine di una relazione amorosa, un figlio che va a studiare fuori sede, la fine di un lavoro, il trasferimento di un collega, un passaggio scolastico, e così via.

La parola lutto quasi sicuramente evoca qualcosa di doloroso o molto spiacevole, o per lo meno complicato da superare. Non intendo qui fare sfoggio nozionistico illustrando diligentemente le fasi di elaborazione di un lutto, piuttosto ritengo interessante una riflessione sulle perdite.
Questa riflessione incrocia necessariamente due prospettive umane: le relazioni e l‘identità personale. Due elementi che sembrerebbero opposti, e che lo sono però solo come due facce di una stessa medaglia.
Partendo dal principio per cui qualsiasi aspetto della realtà è reale sempre PER qualcuno (leggi qui), ogni persona esiste in una dimensione psicologica che potremmo chiamare “in relazione a”.
Siamo persone in carne, ossa e relazione.

Le relazioni non sono un optional che si somma alla nostra identità personale, ma ne sono parte. Noi siamo qualcuno “in relazione a” e non esiste personalità esente dalla dimensione relazionale, sebbene il senso comune sia permeato da una contrapposizione ideale tra personalità e influenza sociale, al punto che è fatto comune poter additare qualcuno con accuse svalutanti del tipo: “sei senza personalità!”, indicando un modo di fare basato magari sulla ricerca di consenso o conformismo con le posizioni altrui più diffuse (uno degli infiniti modi -legittimi- di essere in relazione).
Il sempre più abusato costrutto di “personalità”, sebbene intesa come una sorta di entità che alberga in qualche posto recondito di ognuno, altro non è che quell’insieme di caratteristiche che rendono ciascuno diverso dagli altri, il font, lo stile irripetibile con cui ogni persona si muove nel suo mondo e porta avanti i suoi esperimenti sociali. Alla luce di ciò non è possibile scindere la personalità (identità personale) dagli aspetti relazionali, perchè questi ultimi sono elemento fondamentale della prima.

É nella relazione che giochiamo un ruolo. Alcune caratteristiche dei ruoli che giochiamo nelle varie relazioni si tramandano, di relazione in relazione, di contesto in contesto, una sorta di minimo comune denominatore. Questo è ciò che ci rende unici. E, come si può capire, non può prescindere dalla dimensione relazionale.

Tornando al tema iniziale: in relazione a qualcuno o qualche oggetto o situazione, noi possiamo essere a nostra volta qualcuno, di ben preciso, più o meno consapevolmente. Venuto meno quell’elemento del nostro mondo, viene meno una parte di noi, letteralmente, non solo in una accezione romantica. É come se, cambiando sistema operativo, una determinata applicazione non risulti più eseguibile. Questo è quello che io definisco lutto.
La parte di sè che viene meno può essere più o meno importante nel sistema personale, ovvero può avere un ruolo più o meno centrale, ed è questo che influenza la complessità dell’elaborazione di tale lutto.
Non è possibile stabilire questo a priori o in generale; per fini esemplificativi si può pensare al caso di uno studente che concluda il suo percorso di studi: anche questo è un lutto, la perdita di un ruolo (“lo studente”), ed è del tutto personale il livello di difficoltà implicato in questo passaggio.

Nella difficoltà a fare alcuni passaggi esistenziali, a separarsi da qualcuno o qualcosa sebbene consapevoli della necessità e dell’utilità di tale separazione, invito sempre i miei pazienti a non soffermarsi unicamente sulle caratteristiche della persona (o situazione) da cui non riescono a separarsi o per cui sentono di non poter accettare la separazione già avvenuta, o viceversa a non concentrarsi unicamente sui vissuti connessi al loro bisogno di essere ancora in tale relazione, quanto piuttosto di pensare a sé stessi in relazione a quella persona (o situazione) e a chi quella persona (o situazione) ha permesso loro di essere: quale ruolo è entrato in gioco e a quale ruolo sentono di non voler rinunciare.

In genere, a partire da questa prospettiva si scioglie piano piano il dolore, si comprende sé stessi e l’altro in questione e forse si comincia un percorso di ricerca per convertire quel ruolo traballante, declinandolo in altre situazioni della propria vita che possano consentire alla persona di essere ancora quel qualcuno che ha scoperto di poter essere e di mettere nuovamente in gioco quelle parti di sè che sembravano non trovare più una degna sfera di applicazione.

Perchè è vero, e adesso lo capisco, che “nasciamo soli e moriamo soli“, credeteci, …diventa inconfutabile quando scopriamo che siamo noi a illuminare i pianeti intorno.

Dr.ssa Veronica Mormina
Psicologa

Dr. ssa Veronica Mormina Psicologa
Dr. ssa Veronica Mormina Psicologa

Aiuto adolescenti, adulti e coppie a costruire percorsi verso i loro obiettivi e il loro benessere. Insieme tracciamo la posizione di partenza, la direzione e il tragitto verso la meta.

4 Comments

  1. psicologamartacogo ha detto:

    “…pensare a sé stessi in relazione a quella persona (o situazione) e a chi quella persona (o situazione) ha permesso loro di essere: quale ruolo è entrato in gioco e a quale ruolo sentono di non voler rinunciare”: concordo pienamente sull’importanza di guardare le relazione da fuori, come se fosse una terza identità oltre le due persone che la condividono. Sembra così banale ed invece non viene per nulla spontaneo…grazie Dott.ssa Mormina per lo spunto!

  2. cstambul77 ha detto:

    Siamo una sommatoria di significati, ognuno dei quali si esprime “in relazione a” qualcosa e/o qualcuno. Questa è la conclusione, magari poco elegante, a cui arrivo dopo aver letto questo articolo.
    Claudio Stambul

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