Social Network e nuovi Sé

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Ogni persona ha un suo stile personale anche sui social network e intesse con questi strumenti un rapporto originalmente caratterizzato.

Qualcuno condivide online solo elementi ironici, qualcuno ne fa un diario politico, qualcuno esibisce le sue attività del tempo libero, qualcuno raccoglie una filosofia di vita fatta di motti e aforismi, qualcun altro lancia frecciatine e allusioni, alcuni sembrano gridare al mondo web quanto si divertano in determinate circostanze, altri pubblicizzano qualche progetto per cui lavorano fino a farne un uso puramente commerciale, altri ancora esprimono sentimenti che magari non riescono a dire dal vivo e postano elementi carichi di delusione, rabbia… e così via.

Potremmo immaginare i Social Network come interlocutori a cui affidiamo parte dei nostri bisogni: bisogno di essere ascoltati, bisogno di sentire che qualcuno ci sostiene e appoggia un nostro pensiero anche solo con un pollice su, bisogno di chiedere aiuto senza chiederlo esplicitamente, o di far sapere cosa proviamo, bisogno di sapere cosa fanno gli altri, cosa vorrebbero che noi sapessimo, bisogno di dire di noi e delle nostre passioni, bisogno anche di vedere che effetto fanno alcune parti di noi se proviamo a giocarcele nella relazione con gli altri: qualcuno sarà incuriosito? qualcuno ci ammirerà? qualcuno capirà un po’ di più di noi e del nostro mondo?

Altre differenze tipiche sono nello stile di raccolta dei contatti: qualcuno li colleziona nell’ordine delle centinaia e migliaia, qualcuno non ci pensa, saranno gli altri a preoccuparsi dell’aggancio e puntualmente infatti qualcuno cerca di intessere la relazione partendo proprio dal collegamento sul social network, dopo anche solo una superficiale conoscenza vis a vis, o per tenere una sorta di segnalibro virtuale che ricordi di persone conosciute in qualche specifica esperienza e con cui probabilmente non rimarrebbe altra frequentazione, alcuni ancora sfruttano i social network per avviare conoscenze da zero, altri cercano, per fini commerciali, contatti selezionati sulla base di potenziale incrocio di interessi, altri ancora limitano il collegamento a persone che conoscono e con cui già condividono qualcosa di più personale del semplice saluto.

Anche a partire dal tipo di collegamenti, dai criteri di inclusione e ricerca e dalle modalità applicate all’approvvigionamento di contatti si potrebbe fare più di qualche riflessione rispetto al soddisfacimento di quali bisogni si cerchi di andare incontro.

Ma, quando postiamo qualcosa, a chi ci stiamo rivolgendo? E chi, dentro di noi, sta postando?
Siamo Uno, nessuno e centomila, esattamente come i nostri contatti sui social. Siamo noi stessi centomila, perchè ciascuno di noi vive di ruoli diversi che gioca in relazioni diverse.
Quando entriamo nella sala dei social network, quale ruolo scegliamo di giocare? Siamo consapevoli che forse qualcuno non ci riconoscerà? E soprattutto siamo consapevoli che forse invece qualcun altro imparerà a conoscerci secondo il ruolo che giochiamo nel social network che ci accomuna e che, quantitativamente, ci mette in collegamento decisamente più di quanto ci metteremmo in contatto noi per espressa volontà?

La nostra personalità è l’insieme di ruoli che giochiamo nelle relazioni e questi hanno sempre un nucleo che si ripropone e che rappresenta la nostra identità, la parte più stabile del sé, quella meno variabile, meno soggetta a cambiamento situazionale e temporale.
Forse a volte, nell’approccio ai social network, che sono di così ampia portata, facciamo fatica a regolare quale ruolo giocare. Se da un lato qualcuno sembra non avere confini e affida alla condivisione web gli elementi più difficili e delicati della propria vita, lasciando trasparire sentimenti – momentanei o “cronici”-, dall’altro lato qualcun altro evita il più possibile di esporsi, limitandosi a condividere di rado elementi molto superficiali e marginali. (Anche questa scelta dice molto, tuttavia.)

Insomma, il rischio inconsapevole è quello di portare sui social aspetti molto più nucleari di quanto pensiamo.
Tuttavia, se si considera il social network come un interlocutore di per sè (magari a matrioska, in quanto comprende un ampio numero di interlocutori al suo interno), è possibile far emergere un ruolo nuovo, che non sia necessariamente rappresentativo e riassuntivo di quelli che abbiamo consolidato nelle nostre relazioni “reali”, ma che sia un altro Sé, che arricchisce il ventaglio di possibilità e ci permette di sperimentarci dosando diversamente e mixando in maniera creativa elementi che ci caratterizzano.

Dr.ssa Veronica Mormina
Psicologa

Dr. ssa Veronica Mormina Psicologa
Dr. ssa Veronica Mormina Psicologa

Aiuto adolescenti, adulti e coppie a costruire percorsi verso i loro obiettivi e il loro benessere. Insieme tracciamo la posizione di partenza, la direzione e il tragitto verso la meta.

8 Comments

  1. Malamamma ha detto:

    Mi scusi dott.sa, non ho capito, quindi a scrivere con l’umile intenzione di far riflettere un po’ le persone, senza mancare di rispetto ma con il desiderio vero che questa società riacquisti un po’ il senno…e senza farla troppo lunga indicare anche i siti dove poter leggere come fare del bene, si finisce nella categoria dei blog commerciali….?

    • A mio avviso no. In primis amo poco le categorie, ma, a parte questo, quello che lei descrive mi sembra più un uso informativo e divulgativo che un uso commerciale. In aggiunta personalmente fatico a pensare ai blog come social network in senso stretto, proprio perché i blog hanno un investimento diverso da parte di chi li cura e l’obiettivo è in genere più ampio rispetto a quello di vari profili facebook, instagram ecc.
      A scanso di equivoci, per “uso commerciale” si intende la gestione di vere e proprie pagine di locali e attività commerciali varie: dal negozio biologico al laboratorio del tatuatore, passando per il circolo culturale che informa sulle varie iniziative e documenta con foto e simili gli eventi già svolti.
      Anche questo è un modo molto attuale ( e peraltro legittimo) di approcciarsi a questi strumenti.

      • Malamamma ha detto:

        Ma si certo, grazie…la mia in realtà era una piccolissima provocazione… Temo purtroppo che sia tutto molto più profondo ma anche semplice da capire e cioè che la smania di farsi leggere per forza da chiunque, dipenda solamente dall’enorme e radicata solitudine che si vive oggi grazie alle relazioni sempre più superficiali della nostra società. Per farle un esempio si preferisce stare su fb a far bella mostra di se con foto e video di ‘rappresentanza’, piuttosto che fare una telefonata a un genitore, a una sorella, a un amico, che magari non stanno passando neanche un bel momento…. Ma si continua poi a giustificarsi dicendo che non si ha avuto tempo…
        Per quanto riguarda i modi della comunicazione del singolo concordo in pieno con Lei, dipende assolutamente dalle intenzioni personali sul” perché è per chi” si abbia deciso di scrivere. E sono sicurissima che dietro c’è quasi sempre una storia che varrebbe la pena ascoltare. Tanti spunti per il Suo lavoro…;-)!!!
        A presto

  2. cstambul77 ha detto:

    Interessante articolo che lascia aperte molte occasioni di discussioni e confronto. Personalmente, in materia di social network, mi sono sempre chiesto quanto avere un account su FB (o su ogni altro social a partire dal defunto MySpace) rappresenti di per se un bisogno sempre più primario, secondo l’ottica di Maslow, fino ad arrivare ad una vera e propria dipendenza. Senza parlare dei correlati negativi e psicopatologici della vita virtuale da/sui social.
    Interessante comunque interrogarsi sulle conseguenze e sulla percezione del rischio, al fine da poter delineare quello che dovrebbe essere un uso corretto e piacevole in senso “sano” di questi nuovi strumenti per comunicare e socializzare.

    Dott. Claudio Stambul
    Psicologo

    • Interessante chiave di lettura: direi che ritrovo il mio punto di vista sul continuum tra Maslow e la dipendenza vera e propria. Mi ripropongo magari di dedicare qualche articolo al tema, che può essere esteso non solo ai social network, naturalmente. Grazie per lo spunto!

      • cstambul77 ha detto:

        Non c’è di che! 😉 Fa piacere se lo spunto potrà essere utile.
        Rimango in attesa di leggere altro in materia, ma ti (mi permetti di darti del “tu” tra colleghi?) chiedo: come vedi coloro (pochissimi) che ancora “resistono” alla seduzione di FB, ostinandosi a non aprire nessun account?
        Saluti e buon lavoro,

        Claudio

  3. Caro collega, mi perdonerai ma per rispondere mi tocca tradurre lievemente la tua domanda: nei miei termini (in termini costruttivisti) nessuno resiste a qualcosa, ma piuttosto sceglie qualcosa altro.
    Trovo difficile immaginare unitariamente chi sceglie di non avere un profilo su Facebook e simili, probabilmente ci saranno aspetti comunanza, tuttavia ciascuno avrà motivi differenti e in sintonia con il proprio sistema.
    Se penso però ai probabili aspetti di comunanza immagino qualcuno per cui è estremamente importante la propria privacy, qualcuno che non ama dire di sè (o magari non senza incrociare lo sguardo di chi riceve tale racconto), qualcuno che sente il bisogno di comunicare preferibilmente con persone dettagliate, più che con “un pubblico” di contatti, o ancora qualcuno che sceglie di collocare la propria reperibilità a un livello che prescinde dall’accessibilità tipica dei social network. Infine, banalmente, mi viene in mente che si può essere in network senza essere troppo social (poche relazioni, ben connotate: collega di lavoro/potenziale cliente/amico intimo/zia materna/vicino di casa simpatico/barista preferito per la colazione/ecc. senza voler sfumare i confini tra un contenitore relazionale e l’altro) e si può essere social, senza network (relazionarsi ad esempio con grande disinvoltura nel presente, senza intessere reti dimostrabili numericamente o tracciabili online, o estendendo le relazioni sul piano strumentale solo in seguito a reale esigenza: “vorrei invitarti a un evento, posso avere la tua email per inviarti la locandina?”).
    Forse chi non partecipa alla vita relazionale online (potrei chiamarle “Relazioni 2.0”) sceglie di coltivare e privilegiare la relazione e di trasportarla a un piano di contatto svincolato dalla presenza solo quando insorge tale bisogno. Per chi invece sceglie di esporsi sui social forse questo bisogno viene a qualche livello preceduto e messo nelle condizioni di essere soddisfatto prima ancora che si manifesti, o, forse, creando link sui social network, qualcuno va persino a sollecitarlo quel potenziale bisogno.
    Si potrebbero fare numerose rifelssioni sul tema, e a questo punto sono curiosa di sapere che ne pensi anche tu, caro Collega

    • cstambul77 ha detto:

      Sempre stimolante il punto di vista “costruttivista”. Appena avrò tempo spenderò qualche parola in più. Sono d’accordo con te sul fatto che si tratti di scelte che ricalcano stili di personalità e atteggiamenti. E queste secondo me a volte sottolineano un processo di cambiamento (evolutivo o involutivo, a seconda di come la si vuole vedere) sempre più coinvolgente.
      Interessante come discorso, ricco di approfondimenti. Che non si esauriscono in poche righe… To be continued?
      Saluti,

      Claudio S.

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